L’Europa, laboratorio di nuove migrazioni artistiche?

Pubblichiamo un articolo di Enzo Porta, consigliere di SMart, sulle migrazioni artistiche in Europa

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La libera circolazione dei lavoratori europei nell’area Schengen sta modificando profondamente il mercato del lavoro. Gli artisti sono anche loro coinvolti in questa mutazione, di cui i primi effetti stanno diventando percepibili.

Nella sua edizione del 2 maggio 2013, il giornale Le Soir dedicava un dossier alle nuove migrazioni, interessante per più ragioni. Vi veniva descritta una nuova realtà del lavoro: l’aumento del numero dei giovani diplomati del Sud dell’Europa che lasciavano il loro paese di origine per sviluppare una attività professionale in un altro paese dell’Unione. In questo dossier, il filosofo Bernarnd Girard analizza il fenomeno e indica le conseguenze negative delle nuove migrazioni, a breve termine in ogni caso. A lungo termine, una volta passata la crisi, Girard pensa che si potrà vedere la nascita di un “reale mercato  del lavoro europeo”.

Il Belgio costituisce un osservatorio privilegiato di questo nuovo fenomeno: come in Lussemburgo, l’immigrazione è principalmente di origine europea.

Si può anche affermare che il fenomeno si estende ai lavoratori del settore artistico. Il numero di stranieri che si iscrivono ogni anno a SMartBe è considerabilmente aumentato, passando dal 150 iscrizioni nel 1998 a 1400 nel 2012.

La crescita del numero di stranieri è più rapida di quella del numero di Belgi. La percentuale di membri di nazionalità straniera fra tutti i membri iscritti in Belgio non smette di aumentare: rappresentavano il 12% dei membri nel 2000 e il 25% nel 2012. Il loro numero totale fino al 2012 raggiungeva le 10.600 persone.

I Francesi rappresentano il primo gruppo straniero che fa parte di SMart. Sono subito seguiti dagli Italiani, sul cui caso meriterebbe soffermarsi: è in effetti abbastanza illuminante rispetto ai fattori che favoriscono la mobilità europea, al momento più negativi che positivi.

La prima parte di questo articolo vuole raccogliere le esperienze, i sentimenti degli artisti italiani che abbiamo incontrato. Successivamente, incroceremo queste testimonianze con alcuni dati obiettivi.


Una situazione marcia

Andando ad incontrare alcuni artisti italiani recentemente installati in Belgio, abbiamo  compreso un po’ meglio ciò che li ha spinti a tentare la fortuna altrove. Le testimonianze raccolte sono incredibilmente convergenti.

Fra le cause positive dell’installarsi in Belgio, le persone incontrate citano la reputazione artistica incoraggiante del paese. Dinamismo culturale, mélange interculturale, centri rinomati di formazione artistica (è stato citato P.A.R.T.S., esempio di centro di formazione per la danza contemporanea di Bruxelles), l’esistenza di uno statuto sociale d’artista, relativa trasparenza economica. Insomma, delle possibilità ampie di sviluppare il proprio mestiere.

Le cause negative che li hanno spinti a partire sono praticamente lo specchio delle precedenti. L’impossibilità di sviluppare un’attività a causa della mancanza o della scomparsa di strutture adeguate per la formazione artistica, i sussidi alla cultura sempre più ridotti, le difficoltà incontrate per ottenerli, la sensazione che i criteri di attribuzione sono poco trasparenti.

Ma gli artisti italiani si lamentano anche dell’inesistenza del loro statuto sociale. Dopo 20 anni di mestiere, sono sempre non riconosciuti amministrativamente e si sentono poco protetti.

Il primo problema che incontra l’artista in Italia è la remunerazione. Un attore e regista ci diceva, per esempio, che aspettava ancora il suo stipendio per una prestazione effettuata nel… 2010! E aveva per altro lavorato per un festival importante, dal budget adeguato (largamente finanziato) ma apparentemente mal gestito. Lo stesso attore accetta di lavorare di nuovo per il festival nel 2012. Questa volta sarà pagato ma sette mesi più tardi! Viene contattato di nuovo per l’edizione 2013 del festival e lui chiede se il lavoro svolto nel 2010 ha delle chance di essere pagato. Gli viene risposto semplicemente che non lo sarà. Dopo quindici anni di lavoro nel teatro, si ribella e decide di rifiutare il ruolo che gli è stato proposto, per non legittimare più “una situazione marcia”.

Ma i problemi non finiscono qui. Come far valere la dimensione del lavoro artistico intermittente presso i poteri pubblici? Qui ancora le testimonianze dimostrano la quasi impossibilità a ottenere uno statuto sociale che garantisca una protezione a una vita professionale già precaria di per sé. Dopo il 2010, in seguito a una nuova circolare emessa dall’INPS (l’equivalente dell’ONSS belga), un artista salariato come intermittente non può più accedere all’indennità di disoccupazione per la quale ha versato i contributi. Come ci racconta uno degli artisti che ha testimoniato, la nuova circolare l’ha privato per 3 anni di un aiuto sociale che non era certo principesco (più o meno 4000 € all’anno) ma che gli permetteva almeno di affrontare più serenamente i periodi di inattività professionale.

Questo quadro poco lusinghiero è quindi ciò che ha portato in Belgio coloro che non hanno voluto  rassegnarsi a cambiare il proprio lavoro. Si potrebbe certo ribattere che queste testimonianze sono notevolmente particolari e personali; che non riflettono necessariamente un degrado effettivo della situazione. È per questa ragione che l’esame di alcuni dati numerici è necessario.


Le più belle scarpe del mondo?

Lo si dice spesso: in tempo di crisi e di “austerità”, i budget culturali subiscono dei colpi drastici. Il detto si applica largamente all’Italia. Il “Fondo Unico per lo Spettacolo” è destinato a sussidiare le arti dello spettacolo (la metà del fondo va agli enti lirici, il resto si divide fra cinema, teatro, musica, danza e arti circensi). Dopo la sua creazione nel 1985, ha subito durante gli anni una forte diminuzione del suo budget. Se nel 2001 527 milioni di euro erano allocati al “Fondo”, il budget 2013 si annuncia magro: appena 389,8 milioni di euro. Nonostante le istituzioni pubbliche abbiano messo in pratica meccanismi fiscali per compensare la diminuzione dei fondi, il disimpegno istituzionale è chiaro. In Francia, a titolo comparativo rapido, l’ammontare dell’aiuto allocato nel 2012 al “sostegno alla creazione, alla produzione e alla diffusione dello spettacolo dal vivo” era di 787,9 milioni di Euro.

Al di fuori delle arti dello spettacolo, il budget per la cultura in generale arrivava fino a 1,8 miliardi di euro, mentre il governo francese gli consacrava 12 miliardi. Alcune fondazioni e istituti culturali hanno subito una riduzione drastica (almeno il 50%) dei loro sussidi, altri la loro soppressione pura e semplice. È l’indignazione del mondo culturale e di alcuni partiti politici (i comunisti in prima linea) che ha salvato (per il momento?) il “Centro sperimentale di cinematografia” che ospita la cineteca nazionale e una scuola di cinema. La triennale di Milano, che organizza delle mostre multidisciplinari (architettura, design, moda, cinema) ha rischiato di subire la stessa sorte. E la lista è ancora lungo.

La crisi e l’ortodossia budgettaria hanno la schiena forte: nel caso dell’Italia, nascondono piuttosto un disinteresse (quando non è diffidenza) manifesto dei poteri pubblici verso il settore culturale ma anche verso l’istruzione e la ricerca scientifica, che hanno subito anche loro dei tagli di budget. La demagogia e il cinismo berlusconiani sono ben riassunti in questa frase del Cavaliere: “perché sovvenzionare uno scienziato quando l’Italia produce le più belle scarpe del mondo?”. Sostituite scienziato con artista, e otterrete un bel riassunto degli anni di Berlusconi e dell’interesse che hanno portato alla cultura.

Alla lettura di ciò che precede, ci si immagina facilmente che lo statuto sociale degli artisti non è una priorità. Dopo il 1995, i lavoratori del settore artistico percepivano un’indennità di disoccupazione per le loro giornate non lavorate. Una decisione del tribunale sopraggiunta nel 2010 ha cambiato la situazione. Facendo riferimento a una legge del 1935, la Corte di Cassazione annunciava che i lavoratori artisti (“personale artistico, teatrale e cinematografico”) non erano assoggettati alla previdenza sociale. L’INPS ha colto l’occasione per redigere una circolare che legittimava la decisione della Corte di Cassazione. Nei fatti, i sussidi di disoccupazione dovuti per gli anni 2010, 2011 e 2012 non furono (e non saranno) mai versati ai lavoratori, che avevano per pagato gli oneri previdenziali per poterne usufruire.

Nel frattempo delle nuove regole sono state messe in atto. Con il nuovo sistema “Aspi” i lavoratori del settore artistico possono percepire i sussidi di disoccupazione […] se riescono a provare che avevano un legame di subordinazione con il loro datore di lavoro! Il percorso amministrativo si annuncia pieno d’insidie…


Le raccomandazioni europee all’applicazione sul campo

Il 7 giugno 2007 una risoluzione del Parlamento Europeo è stata adottata a proposito dello statuto sociale degli artisti e del suo miglioramento. Alcuni punti riassumono il suo approccio, fortemente progressista: “ Miglioramento della situazione dell’artista in Europa. Il Parlamento europeo (….)

1. Invita gli Stati membri à elaborare o a mettere in opera un quadro legale e istituzionale allo scopo di sostenere la creazione artistica per l’adozione o l’applicazione di un insieme di misure coerenti e globali che includono la situazione contrattuale, la previdenza sociale, l’assicurazione malattia, la tassazione diretta e indiretta, la confermità alle regole europee.

2. Sottolinea che conviene prendere in considerazione la natura atipica dei metodi di lavoro dell’artista.

3. Sottolinea inoltre che conviene prendere in considerazione la natura atipica e precaria di tutte le professioni legate alla scena

4. Incoraggia gli Stati membri a sviluppare la creazione di contratti di tirocinio o di specializzazione nei mestieri artistici;

5. Suggerisce di conseguenza agli Stati membri di favorire la riconoscenza dell’esperienza professionale degli artisti”.

Nei fatti, gli sforzi per migliorare lo statuto sociale dell’artista differisce enormemente da un paese all’altro e non si può dire che l’Italia figuri tra i buoni studenti. Le nuove migrazioni all’interno dell’Europa rivelano pertanto l’importanza dei poteri pubblici per la sopravvivenza della cultura e dei lavoratori del settore.

Una legislazione adattata agli artisti e una politica ragionata dei sussidi garantiscono una dinamismo e una ricchezza culturale che non possono che essere positivi per la società. La difesa di questo modello è anche più importante del modello stesso.

(Traduzione dal francese a cura di Carlotta Garlanda)

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