Il caso Smart raccontato nel libro “Cooperative bene comune”

Intervista Smart Cooperative Bene Comune

Del libro “Cooperative Bene Comune” (agosto 2020, Roma TrE-Press) vi abbiamo parlato recentemente, attraverso un’intervista ai tre curatori nella quale si raccontano la genesi del lavoro, le premesse che hanno portato alla sua realizzazione, le modalità metodologiche con cui è stato organizzato, le idee sul mondo cooperativo che lo sostanziano e il suo rapporto con un presente complesso come quello che stiamo attraversando a causa della pandemia. Nell’idea di continuare il discorso e far emergere i diversi aspetti del testo, dedichiamo questo approfondimento al capitolo 6: scritto in sinergia da Alessio Realini (Consigliere Smart Italia), Chiara Boscariol (Amministrazione Smart Italia) e Cécile Berranger (dottoranda in Economia e Geografia umana), si occupa esattamente di Smart in quanto “caso studio per la tutela dei freelance”.

Nella fase introduttiva (curata da Cécile Berranger) viene proposta una definizione di “freelance” secondo diverse fonti, e vengono forniti alcuni dati che proporzionano il fenomeno al contesto italiano: nel 2019, si dice, il 22,8% degli occupati era lavoratore autonomo, contro una media europea del 15,7% (dati ISTAT); e fra i lavoratori autonomi italiani, il 68,1% è “un lavoratore indipendente puro”, ovvero colui che non ha in gestione altri lavoratori (ISTAT, 2019). Segue la domanda: “le cooperative possano essere uno strumento di supporto per rispondere ai bisogni dei freelance e a garantire loro più tutele?”. Si può dire che l’intero capitolo sia strutturato per fornire una risposta a questa domanda, attraverso il racconto dell’esperienza Smart realizzato da Alessio e Chiara, che fanno parte dello staff e ne hanno quindi una conoscenza non solo teorica.

Nell’idea di definire il contesto e comprendere come sia cambiato il mondo del lavoro, su come le cooperative possano essere di supporto ai lavoratori, viene fornito un quadro teorico di riferimento per capire come sono inquadrati i freelance nel mercato del lavoro contemporaneo, e successivamente analizzato il lavoro del network europeo Smart tramite un’analisi di dati secondari quantitativi e qualitativi.

Malgrado la forte precarietà del lavoro autonomo e la mancanza di tutele, questa forma di lavoro sta crescendo: dopo la crisi del 2007, il lavoro autonomo è aumentato tra i 50 ed i 64 anni, passando da 945 mila unità nel 2006 a 1,1 milione di lavoratori autonomi.

Alla luce di questi dati, di cosa hanno bisogno i freelance? Oltre alle necessità in termini di maggiori tutele ed una maggiore continuità contrattuale, si aggiunge la gestione delle pratiche amministrative: è qui che i principi e valori mutualistici possono fornire una risposta ai lavoratori autonomi che, formando una cooperativa, possono ammortizzare i costi amministrativi che devono necessariamente affrontare nella gestione delle proprie attività. Ma non c’è solo un côté di natura pratica: come sottolinea Cécile Berranger “da un punto di vista teorico è fondante la visione della cooperativa come bene comune; l’impresa è cogestita dai soci e non è solo un luogo di tutele ma di comunicazione”.

Due paragrafi raccontano il background che ha portato alla nascita di Smart e il suo funzionamento attuale: dopo il racconto della fondazione in Belgio nel 1998 con la forma sociale della Onlus, trasformata poi in cooperativa nel 2016, viene spiegato che il principale servizio di Smart è fornire tutele ai soci attraverso un contratto di lavoro dipendente. In pratica, il socio negozia con il proprio committente tutti gli aspetti del lavoro che andrà a svolgere (compiti, compenso, date, ecc.); a quel punto il socio comunica la nuova attività nella propria area personale sul sito di Smart, prima di iniziare a lavorare; per convalidare il progetto, Smart chiede la restituzione del contratto firmato da entrambe le parti (socio e committente); da quel momento in poi sarà Smart a prendere in carico la gestione amministrativa del rapporto.

Ma al di là degli aspetti amministrativi – che comunque non si esauriscono nella semplice fatturazione del compenso dei soci e col tempo si sono estesi ad assicurazioni, strumenti finanziari mutualistici, corsi di formazione, informazione e ricerca – c’è un tema da cui non si può prescindere: “è solo attraverso la costruzione di relazioni ed il continuo confronto con la cooperativa che i soci lavoratori possono integrarsi in una dinamica collettiva e sentirsi appartenenti ad una comunità concepita come impresa condivisa”. Quello che Smart offre ai suoi soci è una struttura di gestione condivisa e solidale della loro attività. E non lo fa più solo nell’ambito dei lavoratori dello spettacolo, categoria che ha dato l’avvio al progetto Smart: in tempi recenti la cooperativa si è aperta anche alle nuove forme di lavoro.

Questo fa capire come Smart abbia una storia e una diffusione senza pari nell’ambito delle cooperative di lavoro: “se esistono altre realtà che tutelano il lavoro nel campo dello spettacolo dal vivo, è chiaro che Smart ha caratteristiche uniche per come è nata e per le esigenze a cui è andata incontro: oltre all’ambizione di essere un progetto europeo e diventare una grande cooperativa europea, da subito ha sottolineato un netto richiamo ai principi cooperativi”.

Un ulteriore paragrafo è dedicato poi al percorso di Smart in Italia, iniziato a fine 2013 a Milano in seguito a uno studio di fattibilità realizzato dalla Fondazione SMartBE insieme a due attori di riferimento della scena culturale italiana: C.RE.S.CO.19 (Progetto Cresco, Online) e Fondazione CARIPLO20 (Fon-dazione Cariplo, Online). In questa parte vengono forniti dati relativi alla composizione della base sociale di Smart Italia, alla distribuzione territoriale, di genere, e per settore di attività, una sorta di fotografia di quello che Smart è oggi nel nostro paese. Dati che restituiscono un concetto ben sottolineato da Chiara Boscariol: “Questo lavoro mette su carta il concetto di bene comune, che in periodo storico come quello attuale va riscoperto, sia nel rapporto interpersonale che a livello sociale, come concetto di comunità al di là della dicotomia tra stato e individuo”.

L’esperienza di Smart è un unicum? È replicabile ed è auspicabile che lo sia?È un modello sicuramente replicabile” dice ancora Chiara, “quello che è importante è come è strutturato, nel caso delle cooperative dev’essere il più possibile guidato da determinati principi. Più la cooperativa è grande e più c’è il rischio che sia poco democratica perché si rischia che non tutti coloro che ne fanno parte siano a conoscenza dei principi ispiratori; per contro, c’è il rischio che le cooperative troppo piccole non sopravvivano, quindi il giusto equilibrio è una grande cooperativa col maggior numero di soci consapevoli e attivi, perché la partecipazione è fondamentale, questo è l’obiettivo da tener presente”.

Come ricercatrice mi sento di aggiungere” – fa eco Cécile Berranger – “che quando si parla di cooperative grandi e piccole il dibattito a volte è fazioso, perché ci sono anche cooperative piccole che non sono democratiche, non sempre piccolo è bello e viceversa. Esistono strumenti per coinvolgere il più possibile i soci alla vita della cooperativa. Questo è fondamentale. Smart ha  trovato un buon equilibrio fra una crescita continua e il mantenimento dei principi cooperativi fondamentali perché ha creato cooperative satellite che sono legate alla coop originaria ma sono indipendenti. Ha scelto anche di dividersi per operare in modo più cooperativo. È un equilibrio sempre da cercare e rinnovare, e Smart lo fa” .

Alla conclusione del capitolo sono affidate queste e altre riflessioni, fra cui quella per cui l’idea di impresa cooperativa è ancora poco diffusa, come modello e come possibilità, e tutte le cooperative dovrebbero essere chiamate a diffondere il modello al di là dell’oggetto sociale. Si può dire che questo modello di gestione del lavoro supera la dicotomia tra lavoro subordinato e autonomo creando una terza via. “Il modello cooperativo e la sua gestione del lavoro dovrebbero essere presi in considerazione e studiati per diffondere un nuovo paradigma in contrapposizione a quello tradizionale”. Riguardo al futuro, del progetto Smart e non solo, “un altro aspetto da sottolineare è il contratto collettivo rinnovato quest’anno” racconta Alessio Realini. “Sicuramente ci sono grandi margini di crescita e sta a noi catturare queste nuove opportunità: nel contratto intermittente potranno rientrate molte altre categorie di lavoratori, che non sono mai state assunte o non hanno mai avuto un contratto, i blogger, tanto per citarne una. La partita è tutta lì, e migliorarsi forse è essere in grado di andare oltre i gruppi che già conosciamo e creare ponti verso nuove realtà, nuovi gruppi di lavoratori, avere l’ambizione e il coraggio di osare, perché il mondo del lavoro è sempre più frammentario e ricco di sfide, e Smart può essere interessante per molte persone. Questo è un obiettivo che deve portarci oltre la nostra comfort zone”.