E la sharing economy neanche se lo sogna. Intervista a Sergio Bologna

Se cerchi di documentarti sul mondo dei freelance, prima o poi finisci per leggere un articolo o un saggio di Sergio Bologna. Nella sua carriera si è occupato di storia del movimento operaio e di logistica, insegnando in varie università in Italia e in Germania e lavorando come consulente in materia di logistica. In questa veste è stato coordinatore del settore merci del Piano Generale dei Trasporti, membro del Comitato scientifico per il Piano Nazionale della Logistica ed esperto sui problemi marittimo-portuali. Su questo tema ha scritto saggi illuminanti, ma si è occupato anche di sociologia del lavoro in Europa. È tra i primi membri di ACTA, l’associazione dei freelance, ed è uno dei teorici di riferimento in Italia (e non solo) riguardo alle trasformazioni del mondo del lavoro. Qualcuno potrebbe dire che la traiettoria professionale di Sergio Bologna (classe 1937) è varia e composita almento quanto l’universo del lavoro freelance, che segue da anni.
L’ultimo lavoro di Sergio Bologna pubblicato in ordine di tempo è la raccolta The Rise of the European Self-Employed Workforce, edita in lingua inglese per Mimesis International. L’autore lo ha presentato in anteprima a Milano il 19 ottobre, durante l’evento Works in progress, organizzato da SMart e Acta. Abbiamo provato a dipanare qualcuno dei temi più attuali delle sue ricerche in questa intervsita.

Un merito riconosciuto di molti tuoi saggi sul tema, come anche di quello sull’ ”Antropologia del lavoratore autonomo”, è di ricostruire una genealogia del lavoro freelance che lo fa risalire agli anni ’20 e ’30. Qual è l’interesse di introdurre questa prospettiva storica, di lungo respiro, nell’analisi del lavoro freelance, molto spesso schiacciata su un contemporaneo estremamente complesso?

Una certa familiarità con l’ambiente della cultura tedesca della prima metà del Novecento mi ha permesso di scoprire questo filone di studi praticamente sconosciuto in Italia. Non è tanto la storia del lavoro autonomo nel Novecento che m’interessava e sulla quale non ho fatto una ricerca specifica, ma il metodo e l’apparato concettuale utilizzato per studiarla dai sociologi tedeschi dell’epoca weimariana e da quelli austriaci della scuola austromarxista. Non potevo pretendere di analizzare il lavoro autonomo con gli stessi occhiali con cui gli operaisti avevano studiato la classe operaia e la grande fabbrica, anzi dovevo liberarmi il più possibile da quella strumentazione, di cui mi ero servito nei 30 anni precedenti. La lettura di Lederer, di Geiger e degli altri sociologi di quel periodo mi ha consentito successivamente di capire meglio certi risvolti del discorso di Weber sull’idea di professione. Quella sua conferenza agli studenti dove parla della vocazione/professione del docente/ricercatore universitario è di una modernità impressionante. Non sono un sociologo ma di Max Weber, oltre alle opere più note tradotte in italiano, ho avuto modo di leggere anche alcune meno note, come la sua prima ricerca sul campo, quella sui lavoratori agricoli della Pomerania orientale (un malloppo di circa 1.000 pagine) ed i suoi straordinari scritti di sociologia della musica, quando analizza la produzione di pianoforti con lo stesso sguardo con cui i suoi colleghi hanno analizzato la produzione di auto o di frigoriferi, mettendo in collegamento il consumo di musica con alcune caratteristiche dello stile di vita borghese. Inoltre, occupandomi di logistica, ho dovuto per forza andarmi a leggere alcune cose scritte dal fratello minore Alfred Weber, per esempio sulla teoria delle localizzazioni industriali, trovando in esse la stessa genialità e modernità degli scritti di Max. Quanto abbiamo ancora da imparare da questi geniali pensatori!

Puoi fornirci qualche dato sull’espansione del lavoro freelance in Europa?

Va detto subito che, a differenza per esempio di quanto accadeva ai tempi dei sociologi weimariani, che potevano svolgere delle analisi approfondite perché avevano a disposizione delle ottime statistiche sulla stratificazione sociale e poi studiavano il caso di un solo Paese, la Germania, oggi la situazione delle statistiche è molto carente. E l’Unione Europea ha fatto ben poco per omogeneizzarle. Nel caso specifico, una delle ragioni per le quali ci troviamo di fronte a dati difficilmente utilizzabili è la varietà di definizioni di self employment adottate nei vari paesi europei. Lo sforzo fatto dai ricercatori di i-wire, il progetto di ricerca europeo coordinato dall’Università Statale di Milano al quale hanno partecipato sia ACTA che SMart, non ha dato grandi risultati proprio per la disomogeneità delle fonti. Per questa ragione la Commissione – ce lo diceva Ana Pereira durante la presentazione del mio libro a Bruxelles nella vostra sede – nel redigere la Raccomandazione sui diritti sociali ha rinunciato a dare una definizione di lavoro autonomo. L’unico dato rilevante e certo è che, a fronte di una tendenziale diminuzione del lavoro autonomo di prima generazione (commercianti e contadini), si assiste a una crescita molto forte del lavoro autonomo professionale, dei knowledge worker, quelli che io ho chiamato lavoratori autonomi di seconda generazione.


Come si può interpretare questo fenomeno?

Mi sembra abbastanza evidente: la diffusione delle tecnologie digitali, la diffusione dell’informatica, mettono a disposizione degli strumenti di lavoro e di comunicazione estremamente flessibili e alla portata di tutti. C’è una tendenza epocale verso la disintermediazione, quindi il rapporto diretto con il mercato del lavoro, con possibili clienti, è più agevole. Le professioni intellettuali e tecniche, le professioni “relazionali”, sono in aumento. Prima della crisi un lavoratore dipendente si metteva in proprio perché si guadagnava bene, dopo la crisi un lavoratore disoccupato o alle prime armi si mette in proprio perché non ha altre alternative.


Il libro contiene anche un manifesto di ACTA, l’associazione dei freelance di cui sei parte, che molti conoscono e con cui SMart collabora fin dal suo arrivo in Italia. Puoi raccontarci com’è nata la necessità di fondare ACTA e le sue necessità.

Ho conosciuto ACTA per caso, un giorno che navigavo su Internet e sono finito su un sito dove si diceva che c’erano delle persone che avevano messo in piedi un’iniziativa ispirandosi anche alle idee del nostro libro sul lavoro autonomo di seconda generazione. Doveva essere il 2005 o il 2006. Così li ho contattati ed ho cominciato a lavorare con questo gruppo di persone meravigliose. Ho un’enorme stima per il loro impegno volontario, per la loro competenza, per il loro entusiasmo, per la loro serietà e affidabilità. All’inizio mi sono occupato dei rapporti internazionali, anzi, diciamo che li ho messi in piedi io, stabilendo i primi legami con la Freelancers Union degli Stati Uniti, con quello che sarebbe diventato l’European Forum of Independent Professionals ed alla fine con SMart. Io stabilivo il primo contatto, seguivo la cosa per un poco e poi passavo la mano. Formalmente sono membro onorario del Board, niente di più. Sono molto contento che i rapporti con SMart si facciano più intensi, la vostra è un’iniziativa straordinaria, più vi conosco e più mi sembra di condividere appieno una visione del mondo che ci accomuna.


L’ultimo dei testi raccolti in questo volume ha un titolo da manifesto: “organizzare il lavoro autonomo, una battaglia per la giustizia sociale”. Come si legano queste due cose?

Negli Stati Uniti il sindacalista molto spesso viene chiamato semplicemente organizer. ACTA ha molte somiglianze con un sindacato di categoria, soprattutto perché, a differenza della maggioranza delle associazioni, non è un’unione professionale ma è un’associazione che rappresenta tutte le professioni non regolamentate. Ne abbiamo circa 200 diverse, tra i nostri soci. I sindacati sono nati per dare voce e potere contrattuale alle parti più deboli del mercato del lavoro, ai subordinati, quindi hanno come loro obbiettivo generale la giustizia sociale. In realtà cercano (e talvolta ci riescono) almeno di eliminare le situazioni più critiche d’ingiustizia sociale. Ma poichè il lavoro autonomo si trova in una condizione totalmente diversa da quello subordinato, ACTA non assomiglia per nulla a un sindacato nel suo modus operandi, le forme di lotta o di protesta che è costretta ad adottare sono del tutto diverse. Ti basti pensare che noi non possiamo dichiarare uno sciopero, anche per la semplice ragione che il nostro rapporto di lavoro è formalmente un rapporto commerciale. Lo sciopero è una forma di lotta con la quale si danneggia il profitto del padrone, è una logica che non può funzionare nel lavoro indipendente. Inoltre noi abbiamo una difficoltà a immaginare una contrattazione collettiva. Quindi siamo un sindacato che non opera con le modalità sindacali, dobbiamo inventarci qualcosa di diverso per farci ascoltare. Su questo ad ACTA finora la fantasia non è mancata, basta seguirci sul sito www.actainrete.it per capire come ci stiamo muovendo.


Come dovrebbe essere un nuovo welfare all’altezza delle trasformazioni del mondo del lavoro contemporaneo? Quali sono le priorità, anche in termini giuridici, per cominciare a operare questa trasformazione?

Il welfare è un insieme di servizi che lo stato offre ai cittadini per i momenti difficili della vita (malattia, disoccupazione, vecchiaia). Viene finanziato in gran parte dal gettito fiscale. Quindi fisco e welfare sono strettamente collegati. La grande battaglia che abbiamo condotto in questi anni e che ha ottenuto un primo importante successo (l’abbattimento del contributo obbligatorio alla Gestione Separata dell’INPS) è stata dunque condotta sul piano fiscale ma era intrecciata indissolubilmente ad alcune rivendicazioni riguardanti pensioni, malattia, maternità. Qual è il problema di fondo? Che la storia del welfare europeo dagli anni 30 in poi ha indissolubilmente legato e condizionato il godimento dei servizi assistenziali e previdenziali alla condizione di lavoro subordinata, ai salariati, escludendo di fatto gli autonomi o relegandoli in una specie di sfera di serie B. Il primo problema dunque è di dire: “No, tutti i lavoratori, autonomi o salariati, hanno gli stessi diritti sociali”. La Raccomandazione della Comunità europea, di cui parlavo nella risposta alla seconda domanda, va in questa direzione. Ed anche questa è una vittoria alla quale ACTA ha dato il suo contributo. Purtroppo però è ancora una vittoria di Pirro perché si rimane a livello di dichiarazioni di principio, chissà quando gli stati europei introdurranno norme per tradurre in pratica questi principi! E qui si torna al problema del finanziamento del welfare. Perché il welfare è stato collegato strutturalmente alla condizione di salariato? Perché il salariato, con la stabilità del suo rapporto di lavoro, poteva contribuire al finanziamento dei servizi di assistenza e previdenza, mentre il lavoratore autonomo, con i suoi rapporti di lavoro intermittenti e un po’ precari, aveva difficoltà a versare dei contributi regolari. Il sistema ha cominciato a scricchiolare quando si è allargata a vista d’occhio la precarizzazione del lavoro. I lavoratori a tempo indeterminato, quelli del “posto fisso”, diventavano sempre di meno, aumentava la massa dei precari, tra i giovani dapprima e poi tra i meno giovani. Intere generazioni venivano a trovarsi nella stessa situazione dei lavoratori autonomi. La parola d’ordine di certi partiti e movimenti di sinistra, quelli più legati a una visione antiquata del mercato del lavoro è stata: “superiamo il precariato, trasformiamo i contratti flessibili in contratti a tempo pieno!” (perché in tal modo gli ex precari potessero godere dei diritti del welfare). Gli autonomi – che non sono precari e questo va ripetuto fino alla noia! – restavano fuori ancora una volta. Noi abbiamo detto invece: “il precariato non può essere superato, è irrealistico, il mercato andrà sempre verso una maggiore flessibilizzazione, anzi lo stesso ‘posto fisso’ sarà sempre meno stabile, il precariato deve essere reso sostenibile, cioè il welfare va riformato in modo da far sì che un precario possa sopravvivere con misure di sostegno al reddito”. Non tanto con il reddito di cittadinanza – verso il quale ho sempre avuto una forte diffidenza – ma con una riorganizzazione radicale dei sussidi di disoccupazione. Ci rendiamo conto perfettamente però che una riforma del welfare è molto difficile da attuare perché incontrerebbe resistenze fortissime, non la vediamo nell’agenda dell’Unione Europea, men che meno in quella dei governi dei principali paesi. Forse è impossibile. Quindi l’azione pubblica non basta, non è in grado, dunque bisogna riscoprire il mutualismo, la prima forma storica di previdenza e assistenza privata del mondo moderno. Occorre fare qualcosa da sé come hanno fatto generazioni passate di lavoratori che si trovavano in condizioni assai più disagiate delle nostre, con livelli d’istruzione minimi o inesistenti eppure hanno creato società di mutuo soccorso, cooperative di consumo, case del popolo, circoli culturali, banche popolari, con sacrifici enormi, con grande solidarietà, roba che la nostra sharing economy neanche si sogna. Ecco perché SMart ci sembra la giusta risposta.


Dacci la tua idea di SMart, ovvero la tua idea del progetto di una cooperativa che sviluppa il mutualismo tra lavoratori freelance, sviluppando per loro tutele analoghe a quelle dei dipendenti.

Il successo di SMArt, secondo me, dipende in gran parte dalla scelta del target, cioè dall’aver puntato su un particolare universo di lavoratori e di aver ritagliato i suoi servizi sulle loro specifiche esigenze, i lavoratori dello spettacolo, dell’industria dell’entertainment, della comunicazione, dell’economia dell’evento. Un universo assai frammentato con mille situazioni diversissime tra loro, però con qualcosa in comune di molto profondo, una particolare forma strutturale d’intermittenza lavorativa. Il problema ora è di trovare dei servizi che possano andar bene per altri universi del lavoro. E’ questo uno dei punti cardine dell’alleanza tra SMart e ACTA, non è una cosa semplice e non abbiamo fatto grossi passi avanti, ma in fin dei conti ci conosciamo ancora da troppo poco. Ma c’è un’altra potenzialità di SMart che, a mio avviso, può dargli un forte respiro in futuro ed è quella di cui parla Sandrino Graceffa, il vostro direttore attuale, nel suo libro contro l’uberizzazione del lavoro tradotto da DeriveApprodi. E cioè lo stimolo e il coordinamento di forme di lavoro che hanno la solidità dell’impresa ma la trovano non nei fattori economici bensì nei fattori etici, nel collante culturale, appunto, com’era quello delle prime cooperative (uno spirito che si è in gran parte perduto oggi in Italia). Queste iniziative imprenditoriali che fanno leva su fattori etici più che su fattori economici – ma proprio per questo risultano spesso più “sane” nei bilanci di tante imprese o impresine tradizionali – in realtà non hanno solo lo scopo di garantire la riproduzione degli individui ma di ricostruire un tessuto sociale che la finanziarizzazione dell’economia moderna ha continuato a lacerare. L’uomo deve ricostruire il suo habitat, laddove è ancora vivibile deve tutelarlo. Questo porta spontaneamente a rimettere al centro dei valori fondamentali che rischiano di finire nel dimenticatoio. Si guardi a che livello di volgarità e d’insulsaggine si è ridotto il discorso pubblico in Italia, si guardi a che razza di conseguenze ci sta portando la dittatura dei social trasferita sul piano della politica. C’è poco da fare, bisogna reagire e pertanto gli organismi che ci aiutano a uscire da questo impasse – per me sia ACTA che SMart fanno parte di questi o come minimo rappresentano un’indicazione positiva se non ancora una soluzione – assumono un significato e svolgono un ruolo molto superiori a quelli dichiarati nei loro atti costitutivi.