VOCI DAI SOCI: INTERVISTA A SIMONA PATITUCCI

Continua la serie delle interviste ai soci con l’intervista a Simona Patitucci, nell’idea di raccontare la molteplicità delle esperienze artistiche e lavorative che stanno dietro al mondo cooperativo Smart, senza tralasciare uno sguardo sul presente e sulla peculiarità della situazione che la pandemia ha generato nell’ultimo anno.

Dopo l’attore-autore Davide Verazzani, il collettivo di Aroundtheworld.coop, e il gruppo musicale La Rappresentante di lista, diamo voce alla splendida voce di Simona Patitucci. Attrice, cantante e doppiatrice, nata a Roma, ha debuttato giovanissima sul grande schermo (a 7 anni nel film di Marcello Aliprandi Un sussurro nel buio). Ha partecipato a numerosi spettacoli teatrali, e tra i suoi lavori più noti, c’è il doppiaggio di Ariel, la protagonista del film di Walt Disney La Sirenetta, alla quale ha prestato la voce sia per la parte cantata che recitata.

Simona Patitucci intervista Smart
Simona Patitucci

Intervista a Simona Patitucci: prima che scoppiasse la pandemia a cosa stavi lavorando?

Poco prima che scoppiasse la pandemia avevo un ruolo nel musical Mary Poppins che, com’è noto, giusto poche settimane prima dell’inizio dell’emergenza sanitaria aveva bruscamente interrotto le repliche per una brutta vicenda legata al fallimento della casa di produzione.

Un caso che ha avuto molta risonanza mediatica ma che purtroppo non è un unicum: io ho cominciato a fare teatro nell’84, e solo negli ultimi tre anni mi sono capitate cose che non mi erano mai successe. Per citartene un’altra, Divo Nerone opera rock, era il 2017… 250 persone lasciate senza paga e contributi, abbiamo fatto 19 repliche delle 120 previste, siamo dovuti andare in tribunale e alla fine abbiamo beneficiato solo del fondo di garanzia dell’Inps che è l’unico ammortizzatore sociale per i lavoratori dello spettacolo.

La pandemia non ha fatto che accelerare un processo degenerativo che andava avanti da qualche anno: parlo del settore teatrale dei musical, se è vero che uno spettacolo da 7 milioni di euro di incassi la cui produzione dichiara fallimento è una situazione “straordinaria”, è anche vero che alcune circostanze stavano diventando ricorrenti in maniera inquietante.

Insomma, era necessaria una riformattazione del sistema teatro privato, che comunque in Italia fa numeri importanti, a nove zeri. Un sistema che se fosse ben amministrato sarebbe una grande risorsa economica. Mary Poppins ad esempio dava lavoro a circa 200 persone, l’equivalente di una piccola fabbrica: anche se facciamo un mestiere intermittente, il nostro lavoro produce un indotto che coinvolge centinaia di persone. E’ evidente che bisogna studiare un progetto di ripartenza serio, e organizzare dei tavoli di discussione per confrontarci – tra le altre cose – sulla riformulazione del contratto dei lavoratori dello spettacolo. E personalmente vorrei che il mio interlocutore fosse il Ministro del lavoro, non quello della cultura.

In che modo la pandemia ha impattato su una situazione che già era “da ristrutturare”?

Durante il primo lockdown – e dopo il primo momento di sgomento – abbiamo cominciato a parlare fra di noi (attori, teatranti, doppiatori, etc), sono nate associazioni di categoria (una fra tutte UNITA, della quale faccio parte), c’è stato un grande fermento, una cosa prima mai accaduta, perché finché si lavora si ha la tendenza a farsi andar bene un po’ tutto.

Fermandosi in massa, ci siamo tutti trovati di fronte al baratro ovvero alla mancanza di prospettive, la cosa che più fa male: noi teatranti siamo sempre abituati a ragionare in termini di “adesso sto fermo, ma ho in programma il tale spettacolo per la prossima stagione”, viviamo (vivevamo) su una ciclicità che in questo momento è completamente inceppata. Una reale ripresa non si poteva pensare che arrivasse dall’oggi al domani dopo un anno di blocco. Gli spettacoli richiedono gestazione, preparazione, impegno economico: se non hai la previsione di riempire un teatro, è impossibile.

Mi piacerebbe che la mia categoria venisse riconosciuta, non dover barrare la casella “altro” quando vado a fare un documento. E magari anche di poter beneficiare di una minima parte di tutto quello che ho versato sotto forma di tasse e di contributi previdenziali in questi (nel mio caso molti) anni, come reddito di sostentamento fino alla ripresa del mio lavoro.

Parliamo del trasferimento massiccio delle attività culturali sull’online.

Ci stiamo meravigliando di una cosa che esiste da anni. Siti specializzati ce ne sono da tempo, te ne cito uno: www.broadwayhd.com, dove si trova una selezione di spettacoli che sono online a disposizione. La “Netflix della cultura” di cui ultimamente si sente parlare spesso non ha senso, senza contare che con queste tempistiche sarebbe pronta quando ormai i teatri potranno riaprire. Di fatto, è solo un modo legale per dare soldi agli amici degli amici, forse non sono bastati gli 8 milioni extra Fus per l’Eliseo.

Poi non dobbiamo dimenticare che l’emozione di uno spettacolo dal vivo è un’altra cosa, non sono due sistemi in concorrenza. In ogni modo, per come ho visto condurre la questione finora, non mi sembra la soluzione che ci possa traghettare durante questo fermo forzato. In ogni teatro del mondo, ma forse più all’estero che in Italia, c’è un archivio online: questo non dà lavoro e non risolve il problema, ha semplicemente la funzione di riavvicinare il pubblico a questo tipo di fruizione, far ricordare alle persone che amano andare a teatro, che esiste e tornerà a esistere quella modalità di espressione e di fruizione.

Smart è la decisione professionale migliore che ho preso negli ultimi dieci anni.

Simona Patitucci – socia Smart

Come hai incontrato Smart?

Ho conosciuto Smart nel 2018, mi è stata segnalata da un direttore di scena che era con me in Divo Nerone opera rock, e con cui spesso mi confrontavo sulla mancanza di tutele. Avevo fatto in precedenza parte di una cooperativa di doppiaggio, qualcosa già sapevo su come funzionano, e poi Giordana mi ha spiegato alla perfezione come funzionasse.

Ho trovato da subito tantissima assistenza, gentilezza, efficienza, la pazienza di spiegare le cose tante volte, mi sono sentita da subito molto protetta, anche perché reduce da una situazione in cui avevo capito che essere dei battitori liberi non funziona, nessun agente può fare per te quello che fa una cooperativa. Il vantaggio di avere un dialogo con quello che di fatto diventa il datore di lavoro, che è trasparente, puntuale, è impagabile. Io dico sempre “mai più senza Smart”.

E’ prezioso anche non dover stare a sentire scuse da parte di alcuni datori di lavoro: Smart ha rappresentato l’uscita da una modalità di stress e mortificazioni continue. Quando la casa di produzione di Mary Poppins è fallita, delle duecento persone che lavoravano allo spettacolo solo due sono state retribuite ugualmente: io e il Maestro Andrea Calandrini, che eravamo soci Smart. Tutti gli altri stanno ancora aspettando il termine del processo fallimentare al termine del quale, forse, avranno quanto di diritto. Sotto questo punto di vista Smart è la decisione professionale migliore che ho preso negli ultimi dieci anni.

Quali progetti hai per il futuro?

Ci sono alcune produzioni, soprattutto su Milano, che hanno ricominciato a pianificare una ripartenza: fermo restando che la data non è certa, essendo io in ottimi rapporti con alcuni di questi registi con cui ho collaborato più volte sono stata pre-allertata. Poi sto valutando possibilità di altro genere. Tra le altre cose scrivo, e alcune idee sono state considerate per sviluppare dei format, sono in attesa che venga discussa la cosa là dove dev’essere discussa. Ho inoltre una trasmissione televisiva in stand-by, a causa di un positivo Covid, e spero ripartirà presto.

L’obiettivo principale è arrivare alla fine di questo tsunami con la salute mentale e fisica intatte, bisognerà ripartire dalle macerie. Abbiamo avuto tutti giornate in cui trovare la motivazione era difficilissimo, e lo sforzo è arrivare a una ripartenza con la voglia e la forza integre.