VOCI DAI SOCI: LA RAPPRESENTANTE DI LISTA

Le interviste ai soci continuano, nell’idea di raccontare la molteplicità delle esperienze artistiche e lavorative che stanno dietro al mondo cooperativo Smart, senza tralasciare uno sguardo sul presente e sulla peculiarità della situazione che la pandemia ha generato nell’ultimo anno. Abbiamo iniziato con un’intervista all’attore-autore Davide Verazzani, poi abbiamo dato voce al collettivo di Aroundtheworld.coop, è ora il turno di un gruppo musicale, La Rappresentante di lista.

La Rappresentante di Lista

Intervista a La Rappresentante di Lista

Formatosi ben dieci anni fa ad opera di Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina, col tempo ha visto l’aggiunta di altri musicisti. Il nome del gruppo fa riferimento a quando, per poter votare fuori sede al referendum abrogativo sul nucleare del 2011, Veronica si iscrisse come rappresentante di lista di uno dei vari partiti politici. Dopo tre album e numerose partecipazioni a eventi dal vivo, il gruppo parteciperà al Festival di Sanremo 2021 come gruppo in gara.

Le risposte all’intervista sono del cantautore Dario Mangiaracina.

Dieci anni esatti dalla fondazione del gruppo. Quando siete nati,  nel 2011, cosa ti aspettavi? Rispetto alle idee che avevi, cosa si è realizzato e cosa no?

Forse il mio sguardo è sempre sbilanciato sul positivo, ma devo dire che quando abbiamo iniziato a scrivere avevamo in testa molte delle cose poi realizzate. Una forte motivazione, all’inizio, è stata la possibilità di andare oltre il provincialismo cittadino e diffondere la nostra musica in Italia, e questo è senz’altro il traguardo più bello raggiunto. E poi creare un gruppo, una factory, un collettivo che è quello su cui stiamo investendo di più recentemente: siamo sempre stati due ma non siamo mai stati soli, non dimentichiamo che la nostra band è nata all’interno di un teatro occupato e quel tipo di esperienza ha lasciato un’impronta forte.

Ogni scelta che facciamo ha come secondo fine di allargare questa nostra comunità, parlo di lavoratori che stanno attorno a LRDL, dai designer ai tecnici: è fondante l’idea che ci siano dei creativi attorno a noi. Poi il dettaglio dei traguardi raggiunti e superati non era certo immaginabile, c’è stato un tempo in cui il pubblico delle nostre canzoni erano gli amici che ci ascoltavano in auto, loro davanti e noi dietro come autoradio vivente. Finora è stato un percorso ricco e complesso.

Fra le altre cose, ci ha premiati il fatto di non esserci arresi, di non esserci preoccupati eccessivamente dello storico che avevamo alle spalle: anzi questo ci ha imposto una coerenza con quanto fatto prima, e credo che guardando questi dieci anni sia visibile un “racconto” che ci accompagna.

Sanremo 2021. Come è stato arrivarci e com’è ritornare? Qual è il tuo pensiero riguardo alle polemiche che sono state fatte?

Arrivare per la prima volta è stato emozionante, la curiosità di entrare dentro le trame di qualcosa che avevamo sempre visto da lontano… stare dentro quella bolla è stato interessante, ci ha dato la possibilità di capire certi meccanismi che da fuori non si vedono. E poi la bellezza di un teatro, con tutte le maestranze, i suoi corridoi, il palcoscenico… ci ha fatto sentire a casa, perché siamo abituati a lavorare col teatro. L’aspetto mediatico è una piccolissima percentuale rispetto alla grandezza dell’esperienza viva, alla possibilità di confrontarsi con altri artisti.

Tornare sarà più complicato, e c’è questo grande tema della pandemia che incide sulla libertà di poter avere un pubblico in sala, ma anche sull’esprimere qualcosa con una canzone: ogni  intenzione comunicativa dovrà scontrarsi con la realtà dei fatti, e questo è un peso, anche se quando stai attento al reale arrivi sempre abbastanza preparato.

Per noi la cultura è cura e non è mai contagio, serve a guarire i mali accessori di questa pandemia, la solitudine, l’immobilismo, la mancanza di prospettive. Ogni anno il festival di Sanremo è un momento importante per far uscire temi scomodi, quasi fosse una cartina tornasole della situazione attuale in Italia, e quest’anno è diventato occasione per ritornare su un problema enorme, che è quello dei teatri chiusi (a fronte delle chiese aperte, per esempio). E’ anche un sistema che in qualche modo si sta rinnovando, altrimenti RDL non sarebbe in gara.

In che modo ha inciso sulla vostra attività artistica la pandemia? E’ evidente che abbia inciso “esteriormente” con lo stop dei concerti dal vivo, ma l’impatto è verosimilmente avvenuto anche a livello più profondo, soprattutto per chi nella vita è abituato a restituire la realtà che ha intorno, nel vostro caso in forma di musica.

Noi abbiamo avuto la fortuna di prendere una direzione giusta a inizio pandemia: dopo i primi momenti in cui si pensava alla possibilità semplicemente di rinviare il tour, abbiamo deciso di riversare le nostre paure e solitudini nella scrittura, investendo nel momento creativo e produttivo. D’altro canto abbiamo avuto l’intuizione che quello che ci serviva per questo nuovo disco fosse un’ampia visione da parte di diversi artisti, e così abbiamo iniziato – anche rischiando di coinvolgere troppe persone – a buttare ami qua e là, cercando di tessere delle nuove relazioni, proprio perché abbiamo capito che la chiave del disco era tornare al coro, avere parole che possono essere cantate da tante persone.

Una domanda a beneficio di chi non vi conosce ancora: quali sono i temi che avete più a cuore? Su cosa per voi è più urgente esprimervi artisticamente?

Dopo un disco (“GoGo diva”, ndr) in cui si parlava di pulsioni sessuali attraverso un racconto di auto elevazione del fisico, ci siamo resi conto che il percorso andava a “finire” nell’incontro con l’altro, nell’esperienza dell’altro, e con questa abbiano iniziato a confrontarci: i temi devono essere questi soprattutto in un momento in cui si riaccendono i collettivi – portatori sani di quanto già succede nel mondo.

Spero che il 2021 riaccenda la voglia di stare insieme anche proprio in seguito alle restrizioni che abbiamo avuto: ora il desiderio e la necessità di comunicare sono più alti. Io non credo molto ai social network come surrogato di comunità, a qualcosa che possa sostituire lo stare insieme. Le relazioni, l’amore inteso come forza propulsiva, questi sono i temi. Il nuovo disco è un disco appassionato in cui si parla di famiglia, di eredità, di madri, del portare al mondo qualcuno; senz’altro è un lavoro che parla di comunità, di corpo, di cosa è il reale.

Che rapporto avete col teatro e cosa pensi del trasferimento “online” delle attività di spettacolo dal vivo?

David Byrne in Come funzione la musica racconta un episodio interessante, e spiega che quando si è spostata dalle cattedrali ai salotti, per questioni di struttura architettonica la musica si è trasformata; venivano meno le grandiosità dei cori gregoriani, nasceva la musica da camera, il quartetto per esempio, nasceva perché qualcuno voleva a corte dei musicisti. Facendo una trasposizione col virtuale, la cosa che penso è che il teatro in streaming ha senso se cambia il proprio linguaggio, se approfitta di questo mutamento di architetture per rinascere, per crescere. Se deve invece essere la riproposizione davanti a una telecamera di quello che si faceva su palco diventa un surrogato di pessima qualità.

Il cambiamento deve diventare uno spunto per confrontarsi con le nuove esigenze. LRDL durante la pandemia ha evitato il più possibile i concerti in streaming perché ci metteva davanti a un senso eccessivo di solitudine. Penso ad ogni modo che la musica sia cambiata da quando esistono le piattaforme digitali, c’è più liberà, gli schemi radiofonici non sono più quelli che sono stati per decenni, però bisogna ricordare di essere padroni del mezzo e non di subirne i ricatti.

Come siete entrati in contatto con Smart e cosa rappresenta per voi?

Il primo contatto è stato a Roma due anni fa durante il concerto del Primo Maggio, quando siamo andati a chiedere informazioni a un banchetto. Il passaggio a Smart penso sia stato un passaggio fondamentale per ogni musicista: è quando decidi che la tua passione è un lavoro, e il fatto che per noi sia successo solo due anni fa fa capire quanto questo processo sia lungo e difficile, anche in relazione a come funziona la musica in Italia.

La mia matricola Enpals risale a quasi vent’anni fa, ho iniziato a fare teatro a 17 anni, in regola. Nonostante questo, quando decidi che vuoi farlo per lavoro è complicato capire come, anche da un punto di vista amministrativo.

E’ stato fondamentale poi il momento di laboratorio (sul rapporto fra etica e lavoro nell’industria musicale, ndr) fatto a Milano nel 2019 in occasione dell’Assemblea dei Soci: ha offerto la possibilità di esprimersi su tutti i temi, confrontarsi, proporre, condividere la propria esperienza, e non è mai facile anche quando fai parte di un gruppo grande. Importante anche sapere di far parte di una comunità più ampia di quella italiana, di una realtà che propone una discussione su scala globale.